Situato in un contesto paesaggistico unico, nel territorio della piccola località montana di Bàresi, il fabbricato rurale in pietra risale al XVII secolo e tuttora conserva un torchio per la spremitura delle noci, un mulino per le farine e alcune testimonianze di un antico forno per il pane. Dall’attività di questi opifici decine di comunità della valle hanno ricavato per secoli i beni necessari alla propria sussistenza: farina, pane e olio per l’alimentazione e l’illuminazione.
Sede di antichi mestieri e tradizioni, per la sua rilevanza storica, etnografica e anche antropologica (tutta l’area, infatti, reca tracce di insediamenti abitativi risalenti all’età del bronzo), il mulino è stato sottoposto a vincolo dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Il progetto del FAI ha previsto un’opera di recupero e restauro dell’edificio e dei suoi meccanismi, affinché la preziosissima memoria storica in esso custodita non andasse perduta. La gestione del mulino è stata poi affidata alla comunità locale.
Le Baite di Mezzeno sono una piccola e suggestiva località situata nell’alta Val Brembana, sopra il borgo di Roncobello. Qui, in questa incantevole oasi montana, è possibile trovare un’eccellenza del territorio: il formai de Mut. Questo formaggio, dal sapore unico e legato alle antiche tradizioni casearie, viene prodotto nelle casere dagli alpeggiatori, che trascorrono l’estate con i loro animali tra queste montagne incontaminate.
La chiesa parrocchiale di Roncobello, dedicata ai santi Pietro e Paolo, si impone maestosamente all’ingresso della piazza del paese. Fu costruita a metà del Settecento, su una cappella più antica, e conserva sul lato sud un portico laterale con elementi storici. Curiosamente, il campanile risale al 1745 ed è stato eretto prima dell’attuale chiesa.
L’altare maggiore è di notevole pregio, ornato con un’antica tribuna del 1704 in legno intagliato, policromato e dorato, decorato con colonnine, statuette, lesene e teste d’angelo. Tra le opere pittoriche più significative si trovano la *Madonna con i Santi* di Orazio Dionisi, la *Madonna con il Bambino* di Carlo Ceresa e la *Madonna del Rosario* di Domenico Carpinoni.
Costruita sul sagrato, a sud della chiesa parrocchiale, questa cappella era originariamente aperta su tre lati, con archi in pietra sorretti da due colonne con basi e capitelli. Successivamente, gli archi furono chiusi con un tavolato per rinforzare la struttura, sopra la quale si imposta una volta a sesto acuto, suddivisa in due spicchi per lato, sostenuta da peducci in pietra, lesene e colonne con capitelli.
La facciata è caratterizzata da un arco a tutto sesto, chiuso da un cancello in ferro del Settecento con porta d’accesso alla cappella; ai lati si trovano due archi a sesto acuto. Una capriata sostiene il tetto, culminante con una piccola croce in ferro su un basamento in pietra, con un sottotetto aperto su due fronti.
La cappella ha pianta rettangolare, con affreschi incorniciati in stucco ai lati: sulla destra è raffigurata la Madonna col Bambino, mentre sulla sinistra compaiono S. Rocco, S. Lucio e la Madonna; al centro, S. Sebastiano, la Madonna, S. Rocco, S. Antonio Abate e S. Pantaleone.
A circa 1200 metri di altitudine si trova la Porta delle Cornacchie, un suggestivo crinale roccioso formato da undici imponenti massi di porfido rossastro, ciascuno alto tra i 2,5 e i 3 metri. Questi blocchi si trovano allineati sull’orlo di un precipizio, e si ritiene che due di essi siano caduti nel vuoto, creando una sorta divarco nella “cinta” originaria. Si presuppone che proprio da questa apertura derivi il nome “Porta delle Cornacchie”. I massi si presentano disposti in modo quasi regolare e sono accomunati da una particolarità sorprendente: un taglio netto li separa, come se fossero stati volutamente spezzati. Ma l’aspetto più intrigante è che tutto il complesso poggia su una base di arenaria, una roccia del tutto estranea al porfido che compone i massi, sollevando ulteriori interrogativi sulla loro origine. Queste stranezze hanno alimentato diverse ipotesi, tra cui quella che l’insieme non sia frutto di un processo naturale, bensì opera dell’uomo. Già nel 1963, alcuni storici avevano avanzato l’ipotesi che potesse trattarsi di una struttura megalitica, forse realizzata da un’antichissima civiltà locale, con finalità difensive o rituali.
In località Forcella si trova un colle noto nella toponomastica locale come “Il Castello”. Alla sua base sorge l’antica chiesetta di San Giovanni Battista, accanto alla quale parte la mulattiera chiamata “Le Scale”, che conduce a Fondra. Fino alla metà dell’Ottocento, questa era l’unica via di accesso alla Valle di Fondra per chi proveniva dalla parte bassa della valle. I lavori finora eseguiti hanno messo in luce le mura perimetrali, di pianta quadrata e notevole estensione. Sul lato sud-est emergono i resti di una possente torre, con un lato di circa sette metri, che ospitava una porta d’ingresso. Dai documenti rinvenuti, sembra che la costruzione del castello sia avvenuta per fasi, a partire dal XII secolo con una struttura inizialmente semplice e di dimensioni ridotte, fino a raggiungere, nel XIV secolo, una configurazione più complessa, rispecchiata dai recenti scavi.
La costruzione è attribuita alla famiglia Fondra-Bordogna, che all’epoca dominava la Valsecca e la Valle di Fondra; molti stemmi della famiglia sono ancora conservati a Bordogna e Fondra.
La cascata di Val Fondra è uno spettacolo mozzafiato, vantando un dislivello di circa 500 metri che la rende la più alta d’Italia. Tuttavia, la sua imponente portata d’acqua viene rilasciata solo in specifici periodi dell’anno, in base alle esigenze della centrale Enel di Moio de’ Calvi, che ne regola l’apertura al pubblico.
Questa cascata è di origine artificiale e compie un salto impressionante: parte dai 1.000 metri di altitudine di Baresi, a Roncobello, per arrivare a 600 metri, dove si immette nel fiume Brembo. Con una simile altezza, è un record di cui si può godere da vicino, tanto che l’acqua lambisce persino la strada provinciale tra Valnegra e Fondra. Un’occasione unica per chi desidera immergersi nella bellezza della Valle Brembana.